I giorni contati

Il film di Petri del 1962 anticipa i temi degli anni di piombo: uno stagnaro romano smette di lavorare per vivere davvero. Precursore delle rivendicazioni operaie degli anni '70 sul senso del lavoro e la qualità della vita. Un gesto intimo che diventa sociale.
Locandina i giorni contati

Nel 1962 Elio Petri firma I giorni contati, un film che, pur raccontando la storia personale di un uomo qualunque, Cesare, stagnaro romano sulla cinquantina, riesce a toccare uno dei nervi scoperti della nostra società: il senso (e il non senso) del lavoro. Un tema che esploderà pochi anni dopo, nel decennio ribelle per eccellenza: gli anni Settanta. 

Un pensionamento esistenziale

Tutto comincia su un tram. Un uomo muore d’infarto accanto al protagonista, che ha la sua stessa età. Cesare capisce di avere anche lui "i giorni contati". Ma invece di farsi prendere dal panico o dalla disperazione, decide una cosa radicale: smettere di lavorare.

Non è una ribellione clamorosa, né una scelta politica. È un gesto intimo, personale, che però assume un peso sociale fortissimo. Cesare dice basta al lavoro non per oziare, ma per vivere. Si accorge che non ha mai avuto tempo per sé, per conoscere, esplorare, osservare. E così, con i suoi risparmi in tasca, inizia a vagare per Roma — una città meravigliosa e malinconica, fotografata in un bianco e nero che trasforma ogni angolo in una riflessione sull’esistenza.

Petri-RandoneR. Bianchi

Eio Petri, Salvo Randone e Regina Bianchi

 

Un uomo qualunque, un tema universale

Petri, insieme allo sceneggiatore Tonino Guerra, costruisce attorno a Cesare una parabola umanissima. Il lavoro, anziché essere uno strumento di realizzazione, diventa un meccanismo che assorbe la vita. Cesare ha vissuto da onesto artigiano, ha fatto il suo dovere, ma ora si chiede: "E adesso? Quando inizia la mia parte?"

Non è un intellettuale, e forse proprio per questo il suo gesto è ancora più dirompente. Non ha parole complicate per spiegare la sua scelta, ma ha uno sguardo che parla chiaro. Rifiutare il lavoro diventa un atto di libertà e di consapevolezza.

Un precursore degli anni Settanta

l film è uscito nel ’62, ma sembra già sentire l’eco di quello che arriverà di lì a poco: la critica alla società del lavoro, il bisogno di tempo libero, la voglia di vivere in modo diverso. Negli anni Settanta, questi temi esploderanno nelle piazze, nelle fabbriche, nelle scuole e nelle università.

Lo slogan “lavorare meno, lavorare tutti” o le parole d’ordine dell’“autonomia operaia” nascono da una tensione che I giorni contati fotografa con incredibile lucidità prima che diventi collettiva. La scelta di Cesare non è solo personale: è un sintomo, un segnale, un’anticipazione.

 

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Salvo Randone e Franco Sportelli

Roma, il tempo, il senso

La città ha un ruolo centrale. Roma non è solo lo sfondo: è la compagna di viaggio di Cesare. Camminando tra il Colosseo, i bagni pubblici, le strade periferiche e i bar, Cesare scopre un mondo che non aveva mai guardato davvero. Anche qui Petri è modernissimo: mostra come il lavoro, quando assorbe tutto, ci renda ciechi. Solo togliendolo, possiamo riappropriarci del nostro sguardo.

Oggi che si parla di burnout, di work-life balance, di week-end lunghi e smart working, I giorni contati ci parla ancora. Ci chiede: quanto tempo ci resta? E come lo stiamo usando?

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